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mercoledì 4 aprile 2018

La Settimana Santa ci salverà da questo mondo infame

Con grande piacere (e col permesso dell'Autore), condivido questa riflessione di un giovane e promettente pensatore tarantino, il cui valore ho avuto modo di conoscere personalmente nel prestigioso Liceo Classico Quinto Ennio. La riflessione è  apparsa sul blog  "Spaziofaro" il 31 marzo scorso




di Sirio Scorcia

Tutto è compiuto. I tre colpi di mazza sul portone del Carmine, se da una parte introducono alla festa della Resurrezione, dall'altra serrano un mondo misterioso, una parentesi di storia e mito che va dal giovedì al sabato della Settimana Santa. Non scriviamo queste righe per fornire nozioni e curiosità sui riti pasquali di Taranto, ne per ripercorrere lo sviluppo storico delle due antichissime processioni che si snodano solennemente per le strade della città. Di tali contenuti, in questi giorni, brulica il Web. Tentiamo di ricostruire il significato più profondo di questo evento, di ribadire i motivi della sua necessità. 

Viviamo in un'epoca devota al profitto, in cui le insidie del consumismo e del materialismo si sono tristemente affermate, dispiegando la propria gamma di effetti nefasti: la celerità, l'individualismo, l'orizzontalità. Intendiamo per CELERITÀ l'abitudine attuale al consumo immediato, sollecitata dalla globalizzazione: non sono uomo ma consumatore e la mia ansia di consumo deve essere immediatamente saziata, se non consumo non vivo e tutto ciò che non può consumarsi è inutile. Sul piano sentimentale l'abitudine al consumo riduce l'amore a mero godimento, una donna a pezzo di carne, un uomo a brodo di ormoni. 

L'INDIVIDUALISMO. Protagonista nella società in cui unico obiettivo è il vantaggio economico, non può che essere l'individuo-possessore, accecato dalla sete di potere e di denaro e pronto, pur di abbeverarsi alla sua sterile fonte, ad opprimere il vicino, a tradire l'amico, a vendere la madre. Non c'è società globalizzata che sia veramente comunitaria. Quanto più crediamo di aprirci al mondo, tanto più ripieghiamo nei nostri miseri ego.

Ancora, l'ORIZZONTALITÀ, che é la incapacità di vedere oltre il proprio naso. La inabilità, tutta moderna, di rivolgersi ad una realtà più grande, di appigliarsi a dei miti attraverso dei riti, di rispondere alla naturale tensione dell'uomo verso l'alto, verso il cielo. Vive nella dimensione orizzontale chi è sprofondato nell'eterno presente, chi non sa concedersi un momento di contemplazione nel rumore della quotidianità.

Cosa c'entra tutto questo con la processione della Addolorata e quella dei Misteri? Tutto. Non può sfuggire, ad occhi attenti, che nella ritualità delle due celebrazioni c'è il superamento dei tre cancri sociali che abbiamo descritto. Nel passo nazzicato dei perdoni c'è la lentezza della riflessione e del sacrificio. C'è la vittoria sul consumo. Non c'è conservazione che non nasca dal tempo. Non c'è pensiero che non nasca dalla calma. Non c'è risultato che non nasca da un lungo sacrificio. Ma anche l'ottica individualistica nel lasso di tempo che va dalla prima apertura della Chiesa di San Domenico al ritorno della Madonna nel Carmine, sembra svanire. La città si fa comunità, si raduna, tutta, ad assistere i propri (con)fratelli, e partecipa emotivamente alla loro passione. Si fa complice del loro dolore. Come in un momento di catarsi collettiva, lo spirito di Taranto si rinnova e ogni tarantino si sente finalmente (e quasi con stupore) fiero della propria appartenenza. Quasi si ricorda, ogni tarantino, che una città è fatta di uomini e donne, di bimbi e anziani, prima che di asfalto e palazzi, mattoni e cemento. Nulla può l'individuo approfittatore e arrivista contro una città, che una e viva, si mobilita per ricordare a se stessa che esiste.

Ma ancora un miracolo: le processioni di Taranto sostituiscono alla orizzontalità, la verticalità. Tre giorni dedicati alla fede, ci permettono di ripristinare il legame col sacro, al di là della forma di devozione. È nel rapporto verticale, con un Dio, con un cielo, con un ordine precostituito che l'uomo è veramente uomo. È uomo chi non si arena nel materialismo, chi non si perde nella trama delle proprie vicende, così insignificanti se misurate sugli assi del tempo e dello spazio. E a questo servono, in fondo, i nostri riti della Settimana Santa: a farci tornare, almeno una volta all'anno, davvero uomini, animali sociali. A concederci la speranza che dopo di noi ci sarà qualcosa, e che non siamo solo polvere nel ciclo eterno della storia.

mercoledì 16 aprile 2014

Riti della Settimana Santa. Mottola come Taranto e Siviglia. Analogie e differenze


Maria Florenzio


Da Siviglia, in Spagna, a Mottola, passando per Taranto: la pietà popolare, la tradizione, la fede diventano protagonisti di questa Settimana Santa. Le modalità, con cui viene vissuta, attraverso i riti, sono diverse; lo spirito, identico.
In Spagna, come nel capoluogo tarantino e nella cittadina mottolese, si svolgono le processioni dei Misteri. Quella della Confraternita del Carmine, a Mottola, esce alle ore 6 del Sabato Santo, esattamente come avviene a Siviglia. Ad aprirla, in entrambi i casi, precedendo il primo complesso statuario, sono i bambini: incappucciati a Mottola, i cosiddetti “paranzodd”; con un cono calato sul capo, nella città spagnola.
A Siviglia, le paranze mottolesi, diventano i nazarenos: procedono con un dondolio molto veloce e ritmato. A Mottola, invece, l’andamento è molto lento: i confratelli spostano il peso prima su un piede, poi sull’altro e “nazzicano”. Anche l’abito è completamente diverso: quello sivigliano è costituito da una tunica; il volto è coperto da una maschera e da un copricapo appuntito e rigido. La mozzetta ovvero la mantellina, che i confratelli indossano sul camice, rispetto alla nostra, è piuttosto lunga. In mano portano dei ceri o insigne.
Anche i confratelli del Carmine sono incappucciati, ma hanno la corona di spine di melograno sul capo; il cingolo bianco, intrecciato al cinto; i guanti e la tunica bianchi; lo scapolare marrone, con la scritta “Decor”, avanti e “Carmeli”, dietro, sormontato dalla mozzetta di color paglino, su cui è appuntato un fiocco di color nero, in segno di lutto. Nella mano destra stringono “U Prdon”.
Le statue, in tutto dodici, portate dai Confratelli del Carmine in processione, il Sabato Santo, sono molto semplici: a parte l’Addolorata, statua lignea, le altre sono tutte in cartapesta. A Siviglia, invece, sono baroccheggianti e pesantissime, arrivando a pesare sino a 2.000 kg. Non sono singole statue, ma veri e propri gruppi statuari, chiamati pasos. Le nostre sono portate da quattro, massimo otto confratelli col volto scoperto. I “portatori” sivigliani, invece, non si vedono in volto perché sono sotto la statua e sono tantissimi.
Sia a Mottola che a Siviglia, però, a formare il corteo processionale, il Sabato Santo, ci sono i confratelli, che portano croci di legno: i Penitentes spagnoli, come i crociferi del Carmine, percorrono scalzi tutto il tragitto; spesso, lo fanno per compiere un voto. Ma, sia pure vestiti come i Nazareni, i Penitenti non portano il cappuccio, per cui la parte superiore del coprivolto pende dietro. I crociferi mottolesi, invece, sono completamente incappucciati.
E’ la Croce guida (Cruz de Guía), l’insegna ad aprire la processione sivigliana, affiancata da due nazareni, che portano delle lucerne. A Mottola, apre “U Fischett” ovvero la bassa musica, il troccolante e lo stendardo della Confraternita del Carmine, listato a lutto. Segue la croce dei Misteri, con la corona di spine ed il sudario di lino bianco. Per i sivigliani la parte più importante di tutta la processione è il passaggio del Palio, Paso de Palio o Paso para la Virgen: è il Mistero con la Vergine, detta anche l’Addolorata, l’Amarezza o, in modo ottimista, la Speranza. Anche per i mottolesi, il passaggio dell’Addolorata, insieme a quello del Cristo Morto, è il più importante. Ma se a Siviglia, al passaggio della Vergine, i fedeli si lasciano andare ad un tripudio di applausi, a Mottola, tutto è silenzio: sono solo le marche della passione a scandire questo momento davvero suggestivo ed emozionante.
Tuttavia, a Mottola, come a Taranto e Siviglia, c’è un elemento, che annulla ogni differenza: è la devozione della folla, che si accalca per le strade e sui marciapiedi. E’ la fede che annulla le distanze e rende la Settimana Santa universale, in ogni luogo, anche oltre mare.

lunedì 24 marzo 2014

La pietà popolare nell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa di oggi

Chi mi conosce lo sa: se potessi scegliere, a scuola mi occuperei solo di Latino e Greco!!
Ma non posso scegliere... ed è per questo che, in 13 anni di insegnamento, ad alcuni alunni è capitata la trista sventura di avermi come insegnante di italiano!!
Sventura, si. Quando mi occupo dell'insegnamento dell'italiano sono veramente un rottura di scatole. Pesante, pignolo, pedante, fissato....
Eppure c'è una cosa che non ho mai fatto. Correggendo temi ed elaborati vari, non mi è mai passato per la mente di interpolare un testo. Correggere gli errori di grammatica, si. Aggiustare il modo o il tempo di un verbo, vabbè. Raddrizzare qualche concordanza, ci può stare.
Aggiungere e levare, però, è tutta un'altra storia.

Un testo scritto nasce dal cuore e dalla testa. Del cuore e della testa riproduce quasi un'immagine: e lo fa mediate la scelta lessicale, la sequenza e la consequenzialità dei concetti, l'ordo verborum, la struttura sintattica, le corrispondenze interne, i rapporti di simmetria e alternanza fra le figure retoriche, e finalmente l'architettura complessiva.
L'insegnante che corregge un elaborato non ha alcun titolo per interpolare. Quel testo è l'immagine del cuore e della testa di chi l'ha prodotto. L'insegnante può segnalare una perplessità, un punto che gli pare oscuro. Ma un qualsiasi aggiustamento può venire solo dall'autore primo. Un autore che può al limite essere guidato, consigliato, se lo ritiene opportuno. Mai sostituito. Sarebbe un gesto di culturismo, non di cultura; un gesto di saccenteria, non sapienza; un gesto di sprezzante sfoggio, non di insegnamento.

Interpolare un testo equivale a tagliuzzarlo. In entrambi i casi si tratta di un latrocinio, di idee o di parole, cambia poco. E poco importa se nelle redazioni "si usa così". Un testo è un testo, che ci si trovi a scuola, al catechismo, o nella redazione di un giornale. Un testo è un testo. Tagliarlo o interpolarlo significa trattarlo come  una spesata al mercato... due kg di tuzzabancone.... sono due etti in più... che faccio? Lascio? Aggiungo?

Sul corriere del giorno del 22 marzo 2014, è stato pubblicato un mio articolo... meglio: quel che rimaneva di un mio articolo. Il pezzo pubblicato risulta pesantemente interpolato rispetto a quello che avevo inviato, per di più interpolato in modo maldestro. Ma non è una questione di quantità o di qualità: se versi un bicchiere di monnezza in un bidone d'acqua pulita, non ottieni acqua "quasi pulita"... ottieni monnezza, non si sfugge.

Per chi fosse interessato, riporto qui di seguito il pezzo originale:



La pietà popolare nell’azione missionaria ed 
evangelizzatrice della Chiesa di oggi




Una chiesa “in uscita”, in uno “stato permanente di missione”: un’evangelizzazione “caratterizzata dalla gioia dell’annuncio”. Questa la strada indicata dal Santo Padre Francesco per il cammino della Chiesa nei prossimi anni. Una chiesa che ha evidentemente ancora bisogno delle espressioni della pietà popolare. È ancora il Papa ad assicurarlo, riconoscendo quella pietà popolare come “autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio”. Nella pietà popolare, continua il Papa, “lo Spirito Santo è il protagonista”. È importante cogliere la continuità del pensiero di Francesco, con quanto espresso dai suoi predecessori che, a partire da Paolo VI, hanno in più occasioni invitato a superare quella sorta di diffidenza e sfiducia con cui, in certi particolari frangenti storici, è stata guardata questa modalità di vivere la fede.

Alla pietà popolare il Santo Padre dedica ben cinque numeri dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, nel capitolo dedicato all’annuncio del Vangelo. Non deve sfuggire l’importanza di questa collocazione. La pietà popolare è sì l’espressione dell’identità di un popolo, meritevole di attenzione e studio anche da un punto di vista storico antropologico. Ma è la prospettiva ecclesiologica offerta da Francesco a rappresentare il vero tratto di originalità. Collocata com’è nel capitolo dedicato all’annuncio, la pietà popolare non è più solo quel “tesoro prezioso per la Chiesa”, da custodire, proteggere e tramandare per quella che è, nella sua staticità e immobilità, quasi fuori dal tempo, come un reperto in un museo. Il suo valore, nell’oggi della Chiesa, sta invece proprio nel suo dinamismo, nel suo essere espressione del Vangelo inculturato nelle diverse identità dei popoli cristiani; in definitiva, il valore della pietà popolare è tutto nella sua forza missionaria, nel sua capacità di parlare all’uomo di oggi, al suo cuore piuttosto che alla sua “ragione strumentale”, mediante simboli piuttosto che concetti, ma non per questo senza un contenuto teologale, manifestazione quindi dell’azione dello Spirito Santo. Una prospettiva originale quella offerta dal Papa: entusiasmante per quanti già sono protagonisti di questa modalità di vivere la propria fede; e quasi provocatoria, per quanti, dentro e fuori la Chiesa, in questa modalità tendono a vedere solo una forma di passatismo.

Cita il documento di Aparecida, il Papa. Lo aveva già fatto un anno fa incontrando in Piazza San Pietro le Confraternite di tutto il mondo per la giornata internazionale della pietà popolare nell’Anno della Fede, e in questa occasione quasi approfondisce, in senso operativo, il discorso iniziato già allora. Accenna alla tradizione “popolare” del pellegrinaggio, una pratica che “porta con sé la grazia della missionarietà”: il “camminare insieme”, cita ancora il Papa dal documento di Aparecida, “portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione”. E accenna poi alla pia pratica più diffusa nell’orbe cristiano, il Santo Rosario, e ancora a “quegli sguardi di amore profondo a Cristo crocifisso”, riferendosi chiaramente alle tradizioni legate alla devozione per la Passione del Signore e per i Dolori di Maria; tradizioni molteplici e variegate, quanti sono i popoli in cui si è inculturato l’annuncio cristiano, popoli che, ricorda il Papa, in questo modo evangelizzano continuamente se stessi, rendendosi soggetti attivi e insieme destinatari dell’opera missionaria.

È una forza missionaria che il Papa invita a non coartare né pretendere di regolare; la conclusione del Papa è un invito ai pastori – molto bello in questa occasione l’uso del “noi”, per intendere la pluralità dei vescovi con a capo Pietro – nello stile amorevole e insieme deciso che in un anno di pontificato abbiamo imparato a conoscere: “Per capire questa realtà c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare”. Sottovalutare quella forza evangelizzatrice, conclude Francesco, “sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla”